PROGETTO AGRICOLTURA

RECUPERO E VALORIZZAZIONE DELLA RAZZA GALLINA NERA ATRIANA


Atri, piccola cittadina dell’Abruzzo dalla storia trimillenaria, domina da un'imponente altura con una felice posizione geografica contornata da dolci colline e aspri sprofondi calanchivi che diradano sino al Mare Adriatico, nel cuore di un’area fertile circondata dalla catena montuosa del Gran Sasso d’Italia. La sua posizione incantevole, unitamente ai tesori storico artistici che essa custodisce gelosamente da millenni, le hanno fatto attribuire nel corso degli anni l’appellativo di “Regina della colline”.


All’interno della cittadina, di impianto romano con attuale e netta impronta urbana medioevale, vengono custoditi tesori storici di indubbio valore archeologico e architettonico, che si possono osservare ancora oggi nelle antiche piscine limarie romane e nei più recenti affreschi della cattedrale di Santa Maria Assunta, opera del famoso pittore cinquecentesco, Andrea De Litio. Tali strutture, rappresentano testimonianze storiche dei popoli che l’hanno vissuta, dominata e abitata nel corso dei millenni, dagli Italici ai Romani, dagli Angioini agli Acquaviva, i quali hanno contribuito ad influenzare e contaminare sia il tessuto sociale più strettamente urbano, sia quello agrosilvopastorale dell’intero territorio, denominato un tempo Ager hatrianus, e che oggi abbraccia molteplici comuni compresi tra la vallata del Vomano e quella del Fino, fino alle pendici del piccolo Tibet d’Abruzzo, il Gran Sasso d’Italia, la vetta più alta degli Appennini.

Numerose sono le fonti storiche che narrano dell’antica Hatria e dei prodotti del suo territorio: dai famosi vini narrati da Plinio (23 a.C.) e Varrone (116 a.C.) con i quali, come ci racconta Polibio, Annibale nel suo passaggio in Abruzzo per raggiungere Canne in Puglia nel 216 a.C., fece lavare i suoi cavalli affetti dalla scabbia, prima di confrontarsi per uscirne vincitore nella battaglia contro l’esercito romano.
Di tali vini permangono nel territorio testimonianze storiche come quella del frammento dei vendemmiatori, risalente al I° sec. d.C. e ritrovato durante una campagna di scavo nei primi del ‘900 presso casa Vecchioni nel centro storico cittadino e nelle utili indicazioni circa la robustezza  ["firmitas”] e leggerezza [“tenuitas”], come le apostrofava Plinio, delle anfore atriane utili a trasportare il vino attraverso l’antico approdo che la città possedeva sul mar Adriatico, a tutti quei prodotti che derivavano dall’allevamento di ovini che veniva effettuato su questo territorio, per il quale, Eustachio nel commentare Dionigi di Periegete, ricorda la fecondità delle pecore Atriane che “figliavano due volte l’anno e in coppia”.

L’attività della pastorizia, molto probabilmente per la straordinaria fertilità dei luoghi, è continuata nel corso dei secoli e ha assunto un ruolo di spicco nel corso della dominazione spagnola nella gestione dei Pascoli e quindi anche dei sottoprodotti derivanti da questa attività (Formaggio pecorino e Lana), con la Doganella d’Abruzzo, che portò dopo l’istituzione della Regia dogana delle pecore di Foggia, molti pastori abruzzesi a scegliere Atri e i suoi territori come luogo di svernamento per le greggi.

Si narra infatti che, oltre al famoso pecorino di Atri, di cui molto probabilmente se ne faceva un uso locale, fosse ancor più conosciuta la natura della lana e dei filati atriani di cui avevano contezza i commercianti fiorentini che sfidavano le impervietà del Gran Sasso pur di rifornirsi di questo prezioso materiale, del quale rimane testimonianza ad Atri nel vecchio opificio della Filanda Fioranelli, nei vecchi locali nei pressi di Porta Macelli.

Ma le produzioni agroalimentari atriane non erano e non sono solo il vino e il formaggio ma anche le “saporite” olive come soleva chiamarle Marziale e le pere che, secondo Plinio, erano addirittura superiori a quelle di Tivoli; il pane di Spelta, che secondo lo stesso Plinio fu inventato nel Piceno e che, forsanche per i benefici apportati dall’utile sistema di irrigazione del territorio Atriano citato persino nel “Liber Coloniarum” il Libro delle Colonie, ebbe vantaggi sia nella maggior produttività dei terreni, ma anche dalla presenza di utile e governata forza motrice generata dall’acqua che alimentava mulini e approvvigionava risaie site alla foce del Vomano per ben tre secoli.

E’ proprio in questo scenario ricco di agro-biodiversità che si colloca il progetto di recupero della razza Avicola “Gallina Nera Atriana”, un’attività di recupero portata avanti dalla Riserva Naturale Regionale Oasi WWF “Calanchi di Atri” e dal dott. Adriano De Ascentiis che, forte della storia che lega questo animale ai luoghi e del fatto che non si sa bene per quale motivo, si sono conservati ancora ceppi di questa razza ben differenziati e sani all’interno del territorio, ha scelto di avviare le attività di recupero della razza finalizzate sì al recupero, ma anche alla diffusione di buone pratiche legate al benessere della specie, alla conoscenza delle tematiche e ai vantaggi legati alla rusticità e resilienza delle specie autoctone con uno sguardo puntato verso il futuro, dove i sottoprodotti di questa razza e più nello specifico le tanto decantate uova, possano trovare giusta collocazione nei percorsi di filiera dedicati al mercato di nicchia e alla distribuzione di qualità.


 


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